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POESIA

Pubblicato il 6.06.07 da Staff-150strade in Poesie

Nella storia della Grecia classica, che l’ immaginario sfuma nell’aura mitologica di battaglie epiche e leggende di eroi nati dal rapporto diretto tra gli dei e gli uomini, i Poeti sono descritti come genti semplici che custodivano armenti nelle pianure e sui monti ed erano in misteriosa comunicazione coi segreti della Natura. Questi, filtrati dal loro ingenuo e sublime linguaggio fluivano per divenire canto potente, parola ammaliatrice capace di proiettarsi attraverso le ere.

Così nacque la Poesia, sintesi altissima di tutte le arti, musica della parola e codice arduo da decifrare.
Mito e Poesia come una sola cosa, e poeta era colui che sapeva rendere mitiche le sua creazioni, imbevendole d’una umanità eroica e felice e vita propria ed immortale, avvincendole come serpeggianti edere o dorati caprifogli sul tronco immenso della vita universale. Apollo era il dio della poesia, della musica e dell’immaginazione. Le Muse personificavano una disciplina dell’Arte in particolare: Euterpe, la Poesia lirica e la Musica; Erato, la Poesia amorosa; Calliope, l’Eloquenza e la Poesia epica. All’inizio erano un meraviglioso (divino) coro, solo con i Romani divennero patrone; è interessante notare come le Muse (l’Arte) siano figlie di Giove (la Natura) e di Mnemosine (la Memoria), per significare che ogni creazione del pensiero umano deve essere elaborata dalle facoltà intellettuali.

La parola Poesia deriva dal verbo greco “poiéin”, che significa inventare, produrre ma anche comporre. L’insistente riferimento della radice sanscrita “PU” è al significato di creare, portare all’essere ciò che è nel nulla, ovvero combinare diversi elementi in un risultato di valenza nuova ed unica, l’invenzione nata dal cimento dell’artista, per parafrasare il titolo di una famosa raccolta musicale vivaldiana.

Essendo un’Arte non vive di sola ispirazione ma è imprescindibile dalla tecnica che, in questo caso, si chiama metrica. Proprio come l’idea originaria del suono abbisogna di regole armoniche per divenire musica, così le scintille carpite al divino divengono prima parole e poi, sottomesse all’armonia del ritmo, si trasformano in Poesia.

Vale la pena di ricordare le più note e le finalità più evidenti, senza scendere in particolari che ognuno, volendo, può approfondire.

La metrica regola la struttura dei versi e la loro tecnica compositiva. Sono elementi della struttura: il ritmo, i tipi di verso e la loro la lunghezza, le figure metriche, la rima e la strofa, il componimento poetico.

Il ritmo è il movimento di battute, accenti e consonanze dal quale nasce la musicalità che conferisce armonia al verso, è dato dal numero delle sillabe e dagli accenti ritmici (cadono sulle sillabe toniche, dove la voce si appoggia) secondo lo schema del verso scelto; può essere lento, meditativo, concitato, cantilenante, alternato, solenne, epico, spezzato, ecc.

Il verso è l’unità ritmica della poesia (e non è altro che una riga della stessa) ed è formato da sillabe, che nella tradizione italiana vanno da due a sedici, il numero di queste ultime dà il nome al verso e ne regola la lunghezza. Ulteriori classificazioni dividono i versi in piani, tronchi e sdruccioli, pari ed imparisillabi, doppi (coppia di versi uguali interrotti da una pausa). Sottolineiamo che in endecasillabo (il verso di undici sillabe) sono composte alcune tra le più famose e belle poesie della letteratura italiana, ne riportiamo un esempio che valga per tutte:

“…e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio; e il naufragar m’è dolce in questo mare.” (G. Leopardi “L’infinito”)

Le figure metriche sono degli aggiustamenti che si fanno, in genere, per favorire l’emissione di voce nella pronuncia, e quindi favorire il ritmo, di esse bisogna tenere conto quando si contano le sillabe. Le figure più note sono: l’elisione (la vocale finale e l’iniziale di due vocaboli successivi si fondono in una sola sillaba), l’episinalefe (vocale dell’ultima sillaba di un verso si fonde a quello successivo), lo iato (al contrario dell’elisione, vocale finale ed iniziale di due vocaboli successivi formano due sillabe), dieresi (al giorno d’oggi si usa poco, è la separazione delle vocali di un dittongo, da cui si ottengono due sillabe), la sineresi (esattamente l’opposto della dieresi), ecc.

La rima è un’identità di suono tra la parte finale di alcune parole che compongono la poesia e che può essere perfetta (o “consonante”, secondo la definizione data sopra), imperfetta (quando tra le finali c’è somiglianza di suono, o “assonanza”). Radice del termine rima è “rhytmus” dal latino, ritmo, ed esso si usa anche in senso lato, per indicare la poesia in genere. La rima è un importante metro stilistico, tuttavia non necessario, come vedremo dedicando qualche riga al verso libero.
La strofa è una sequenza di versi vincolata a regole strumentali al progetto dell’autore.

Il componimento poetico è, come dice il nome, la creazione del poeta ordinata secondo le regole metriche. La “forma” di una poesia si ottiene avvalendosi degli istituti metrici che abbiamo descritto, e di molti altri che non sono stati riportati, e può essere riconosciuta (non amo il termine “classificata” ma forse è più giusto) dal numero e dalla struttura delle strofe (nel pur brevissimo passaggio tra le regole metriche è stato seguito un criterio consequenziale, grazie al quale il lettore sa che la strofa porta già in se gli ordini precedenti) . Le forme di componimento più note sono la canzone, la ballata, l’epigramma, la sestina, il madrigale, la quartina, la terzina o terza rima, il fascinoso sonetto, ed altre il cui uso è contemplato solo dai grandi poeti che possiedono in sommo grado la tecnica metrica e, per questo, poco usate e conosciute.

Lo scopo di questo articolo è presentare la poesia e chi scrive ha ritenuto giusto parlare anche della tecnica che serve a dare forma all’intuizione dell’artista, sono state tralasciate tante regole importantissime, chi ama la poesia dovrebbe conoscerle e basta laggere un ottimo manuale di metrica. Attenzione perché non è semplice, tanto che spesso si preferisce costringere il proprio componimento entro i limiti di rime forzate ed improbabili, oppure lasciare al verso la naturalezza dell’invenzione senza imbrigliarlo in alcuna struttura compositiva. Ancora attenzione, poiché siamo in presenza di una libertà che possiamo definire “naif”, non di un “verso libero”, o “sciolto”. Quest’ultimo nasce da una sillabazione non rigida ma non può, tuttavia, escludere né il ritmo né la sillabazione stessa, pure se essa non rientra negli schemi metrici tradizionali. Si può credere, erroneamente, che per la mancanza di stretta osservanza di regole metriche il verso sciolto sia nato dall’esigenza di libertà stilistica dei movimenti artistici d’avanguardia a partire dagli ultimi decenni del secolo diciannovesimo. Invece era conosciuto già nell’epoca della poesia “volgare”, nel duecento.
Parlerei di poesia per ore, mi rendo conto che non è possibile e mi congedo dalla metrica con due esempi di componimento. Il primo in terza rima, o terzina incatenata, o “terzina dantesca”, da colui che ne ha reso immortale l’uso

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
che la diritta via era smarrita.

Ah quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e apra e forte
che nel pensier rinnova la paura…” (D. Alighieri, La Divina Commedia, Inferno – canto I)

e che non richiede commenti, se non il rammarico di non poter pubblicare l’intera opera.

L’ultimo esempio lo riservo al più nobile dei componimenti poetici, quello che tutti i più grandi autori, italiani e stranieri, hanno prediletto da Francesco Petrarca in poi. Anche stavolta mi inginocchio idealmente davanti allo scrigno che racchiude la produzione poetica mondiale, per chiedere scusa a tutti se posso sceglierne uno solo. Spero che il lettore chiuda gli occhi, per ascoltare la musica segreta ed ammaliante evocata da questo sonetto

“Forse perché della fatal quiete
tu sei l’imago, a me sì cara vieni,
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e zefiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all’universo meni,
sempre scendi invocata, e le secrete
via del mio cuor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensieri sull’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure, onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge. ( Ugo Foscolo “Alla sera”)

Quante definizioni, regole, quanti aspetti tralasciati in queste pagine per ragioni di spazio. Quanto si potrebbe dire, e si dirà ancora sulla poesia. Oltre ogni parola ed ogni possibile barriera voglio descrivere, molto semplicemente, cos’è per me il momento dell’esperienza poetica: è l’emozione di sentire arrivare le parole una in fila all’altra, come perle, annunciate dalla loro musica arcana ed inconfondibile. E’ la danza delle parole con un ritmo che cancella ogni altro pensiero e poi…la spossatezza. Il riposo di chi ha fatto un lungo viaggio senza muoversi dalla propria stanza.

Non basta scrivere in rima per essere poeti, come non lo sono tutti coloro che scrivono poesie.
Un vero Poeta è come un cavaliere indomito, che usa la penna come l’altro userebbe la spada. Il Poeta è un mistico ragionatore che rifugge da ogni lezioso vagheggiare, è un colto “homo sanza lettere” (**) umilmente chinato ad ascoltare il fiume d’infinito che sente scorrere dentro di sé.

(**) riprendendo alla lettera le parole di Cicerone (homo sine ingeniis et sine letteris), Leonardo da Vinci si definiva tale.

Marilla Favale

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