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La lettura
Scritto da Pasquale Larotonda   
venerdì 27 febbraio 2009

LA LETTURA

Purtroppo la lettura non si insegna nella scuola, a vantaggio del bombardamento quotidiano di immagini e suoni d’ogni tipo, col risultato che molti giovani perdono la passione, il gusto di entrare con la propria personalità, nelle immagini scritte e si accontentano di quel poco che può arrivare ad una prima sommaria lettura.

Eppure le mamme sanno bene quanto sia importante la lettura di una bella favola con tanto di interpretazione e voci dei personaggi; lo stesso interesse potrebbe suscitare una buona lettura ad alta voce ma, per questo, anche senza essere degli attori, è necessario tenere presente alcuni aspetti:

LA PUNTEGGIATURA E LA PAUSA:

già applicando nella lettura ad alta voce le funzioni che svolgono il punto (chiude un periodo e apre un nuovo concetto), la virgola (la pausa più breve di un periodo, è un segno di passaggio), il punto e virgola (una pausa un po’ più lunga, serve per staccare pur mantenendo lo stesso concetto) o i due punti (pausa d’attesa o di spiegazione ulteriore oppure introduce un discorso diretto), si dona maggiore chiarezza e godibilità d’ascolto a qualsiasi brano.

LA PAROLA CHIAVE (appoggiature e accenti):

Basta scegliere una parola della frase e appoggiare intenzionalmente il tono su questa piuttosto che su un’altra, per modificare il senso della frase:

-“STASERA vado a cena dalla nonna” (non ci vado domani, ci vado stasera perché domani non posso);
-“Stasera VADO a cena dalla nonna” (finalmente mi decido e vado a cena dalla nonna);
-“Stasera vado A CENA dalla nonna” (è’ così brava a cucinare oppure non vado a pranzo ma a cena);
-“Stasera vado a cena DALLA NONNA” (la lasciamo sempre sola ma io vado a farle compagnia oppure: può essere dolcissima ma anche una rompiscatole).

Bisogna sempre tenere conto del sottotesto: paroline non scritte che sono il vero significato della frase.

GLI ELEMENTI ESPRESSIVI DELLA VOCE:

l’espressività non è soggetta a regole precise, è intuitiva; abbassare la voce o cambiare tonalità all’interno di un periodo assume un valore espressivo particolare che non è segnalato dalla punteggiatura. Ma quali sono gli elementi espressivi della voce:

- COLORE: è paragonabile a un sentimento. La voce restituisce all’ascoltatore una immagine sonora riflessa di uno stato d’animo. Es.: “C’è chi non agisce e pensa” – Si può dire in maniera riprovevole o conciliante oppure accusatorio o noncurante. Le coloriture possono essere: Affettuoso, bonario, scherzoso, drammatico, solenne, grave, afflitto, lacrimoso, implorante, umile, minaccioso, fiero, ironico, cordiale, amoroso, sincero malizioso, accondiscendente, romantico, narrativo, indifferente, aggressivo, violento, volgare, triste, affermativo, ansioso, conclusivo, esplicativo, sensuale.

- TONO: è un elemento misurabile; come per i tasti di un pianoforte può andare dalla nota più bassa a quella più acuta, fino al grido, allo strillo, nei limiti delle possibilità umane che per il canto è due ottave e per il semplice parlare è un’ottava e mezza. Aggiunge espressione alla lettura e, in misura equilibrata secondo il nostro senso estetico, evita la monotonia o il monocorde.

- VOLUME: Dipende dall’impiego di fiato che determina l’ampiezza dell’onda sonora emessa. Quanto più si impiega il fiato, tanto maggiore sarà il volume; smorzando, invece, questa potenza espulsiva, diminuiremo di conseguenza il volume. Quindi il volume sarà più debole su un punto intimo e delicato del discorso e forte, fino a parole e sillabe scagliate come strali, nel caso di un passo aggressivo. Può essere modestissimo – medio – fortissimo. Sempre con un certo equilibrio.

- TEMPO: E’ la maggiore o minore velocità con cui leggiamo, affidato alla sensibilità individuale, paragonabile alla buona esecuzione di un pezzo musicale. Le variazioni del tempo non stridono mai fra loro ma compongono un tutto armonico che suscitano emozioni e reazioni diverse nell’ascoltatore. Le variazioni di tempo possono essere: lentissimo – lento – adagio – mosso – veloce.

- RITMO: E’ dato dal succedersi degli accenti di frase. La differenza tra una lettura con il pensiero ed una ad alta voce o un discorso improvvisato sta nel diverso rapporto tra l’oratore e il testo. Nel primo caso una virgola sarà sempre una virgola, così come un punto; nel rivolgersi ad un pubblico, invece, questa potrebbe avere una sospensione più lunga e il punto potrebbe addirittura essere ignorato. Il ritmo può essere piano – incalzante – tormentato. Col ritmo si possono sconvolgere le leggi sintattiche di punteggiatura. Cambiando spesso ritmo all’interno delle frasi, l’uditorio troverà più piacevole ciò che gli viene proposto. In doppiaggio si usano due segni per la pausa: “/” per la pausa corta e “//” per la pausa lunga; si possono usare anche frecce corte o lunghe per indicare un rallentamento o una accelerazione o segnare delle legature tra le parole.

- MORDENTE: Esprime il grado di manifestazione globale dell’articolazione e dipende dalla muscolatura dell’apparato fonatorio. Combatte la monotonia nella lettura. Il mordente rappresenta l’insieme delle vibrazioni, contrazioni e fremiti della nostra voce che trasmette emozioni e affetti. Si perviene al mordente con una grande concentrazione sul testo da leggere ed una cosciente spersonalizzazione nei confronti o a favore del suo autore. Si può avere una scala da 1 a 10 a partire dalla contrazione più modesta fino ad arrivare alla più forte dell’apparato fonatorio.

Comunque esistono molti modi di leggere o interpretare, quante sono le capacità espressive umane, subordinate naturalmente all’autore che ne predispone la costruzione e ne indica i salienti significati.

Per evitare di ammattire inutilmente con tutte queste indicazioni possiamo suggerire, nell’accingerci alla lettura di un brano, di seguire i seguenti passi:

1. Leggiamo il primo periodo curando unicamente la messa a fuoco del colore a prescindere dagli altri valori. Dopo avere la certezza di aver distribuito nelle parole lette il colore, si passa al tono;
2. Quindi con il rispetto di tutte le variazioni di tono, mantenendo il colore già fissato;
3. Distribuiamo il volume senza perdere di vista tono e colore;
4. Ora Il tempo mantenendo volumi, tono e colore;
5. Quindi il ritmo non perdendo i valori precedenti;
6. Infine il mordente rispettando tutti i valori considerati.

Proviamo a leggere un brano dall’Uomo dal fiore in bocca (Luigi Pirandello) concentrandoci sulla scala del mordente (articolazione della muscolatura dell’apparato fonatorio) ma tenendo presente, per quanto possibile, anche gli altri elementi espressivi:

“A casa io non ci sto. Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché, lei capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro…lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco…cavare la rivoltella e ammazzare
uno che come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno…
no no, non tema, caro signore: io scherzo!
me ne vado.
ammazzerei me, se mai…
ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche…Come le mangia lei? Con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà; si premono con due dita, per lungo…
come due labbra succhiose…Ah che delizia!”

Pasquale 

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L’ arte della Poesia

 

            Nella storia della Grecia classica, che l’ immaginario sfuma nell’aura mitologica di battaglie epiche e leggende di eroi nati dal rapporto diretto tra gli dei e gli uomini, i Poeti sono descritti come genti semplici che custodivano armenti nelle pianure e sui monti ed erano in misteriosa comunicazione coi segreti della Natura. Questi, filtrati dal  loro ingenuo e sublime linguaggio fluivano per divenire canto potente, parola ammaliatrice capace di proiettarsi attraverso le ere.

Così nacque la Poesia, sintesi altissima di tutte le arti, musica della parola e codice arduo da decifrare.

Mito e Poesia come una sola cosa, e poeta era colui che sapeva rendere mitiche le sua creazioni, imbevendole d’una umanità eroica e felice e vita propria ed immortale, avvincendole come serpeggianti edere o dorati caprifogli sul tronco immenso della vita universale. Apollo era il dio della poesia, della musica e dell’immaginazione. Le Muse personificavano una disciplina dell’Arte in particolare: Euterpe, la Poesia lirica e la Musica; Erato, la Poesia amorosa; Calliope, l’Eloquenza e la Poesia epica. All’inizio erano un meraviglioso (divino) coro, solo con i Romani divennero patrone; è interessante notare come le Muse (l’Arte) siano figlie di Giove (la Natura) e di Mnemosine (la Memoria), per significare che ogni creazione del pensiero umano deve essere elaborata dalle facoltà intellettuali.  

La parola Poesia deriva dal verbo greco “poiéin”, che significa inventare, produrre ma anche comporre. L’insistente riferimento della radice sanscrita “PU” è al significato di creare, portare all’essere ciò che è nel nulla, ovvero combinare diversi elementi in un risultato di valenza nuova ed unica, l’invenzione nata dal cimento dell’artista, per parafrasare il titolo di una famosa raccolta musicale vivaldiana.

Essendo un’Arte non vive di sola ispirazione ma è imprescindibile dalla tecnica che, in questo caso, si chiama metrica. Proprio come l’idea originaria del suono abbisogna di regole armoniche per divenire musica, così le scintille carpite al divino divengono prima parole e poi, sottomesse all’armonia del ritmo, si trasformano in Poesia.

Vale la pena di ricordare le più note e le finalità più evidenti, senza scendere in particolari che ognuno, volendo, può approfondire.

La metrica regola la struttura dei versi e la loro tecnica compositiva. Sono elementi della struttura: il ritmo, i tipi di verso e la loro la lunghezza, le figure metriche, la rima e la strofa, il componimento poetico.

Il ritmo è il movimento di battute, accenti e consonanze dal quale nasce la musicalità che conferisce armonia al verso, è dato dal numero delle sillabe e dagli accenti ritmici (cadono sulle sillabe toniche, dove la voce si appoggia) secondo lo schema del verso scelto; può essere lento, meditativo, concitato, cantilenante, alternato, solenne, epico, spezzato, ecc.

Il verso è l’unità ritmica della poesia (e non è altro che una riga della stessa) ed è formato da sillabe, che nella tradizione italiana vanno da due a sedici, il numero di queste ultime dà il nome al verso e ne regola la lunghezza. Ulteriori classificazioni dividono i versi in piani, tronchi e sdruccioli, pari ed  imparisillabi, doppi (coppia di versi uguali interrotti da una pausa). Sottolineiamo che in endecasillabo (il verso di undici sillabe) sono composte alcune tra le più famose e belle poesie della letteratura italiana, ne riportiamo un esempio che valga per tutte:

         “…e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio;

e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

                  (G. Leopardi “L’infinito”)

 

Le figure metriche sono degli aggiustamenti che si fanno, in genere, per favorire l’emissione di voce nella pronuncia, e quindi favorire il ritmo, di esse bisogna tenere conto quando si contano le sillabe. Le figure più note sono: l’elisione (la vocale finale e l’iniziale di due vocaboli successivi si fondono in una sola sillaba), l’episinalefe (vocale dell’ultima sillaba di un verso si fonde a quello successivo), lo iato (al contrario dell’elisione, vocale finale ed iniziale di due vocaboli successivi formano due sillabe), dieresi (al giorno d’oggi si usa poco, è la separazione delle vocali di un dittongo, da cui si ottengono due sillabe), la sineresi (esattamente l’opposto della dieresi), ecc.

La rima è un’identità di suono tra la parte finale di alcune parole che compongono la poesia  e che può essere perfetta (o “consonante”, secondo la definizione data sopra), imperfetta (quando tra le finali c’è somiglianza di suono, o “assonanza”). Radice del termine rima è “rhytmus” dal latino, ritmo, ed esso si usa anche in senso lato, per indicare la poesia in genere. La rima è un importante metro stilistico, tuttavia non necessario, come vedremo dedicando qualche riga al verso libero.  

La strofa è una sequenza di versi vincolata a regole strumentali al progetto dell’autore.

Il componimento poetico è, come dice il nome, la creazione del poeta ordinata secondo le regole metriche. La “forma” di una poesia  si ottiene avvalendosi degli istituti metrici che abbiamo descritto, e di molti altri che non sono stati riportati, e può essere riconosciuta (non amo il termine “classificata” ma forse è più giusto) dal numero e dalla struttura delle strofe (nel pur brevissimo passaggio tra le regole metriche è  stato seguito un criterio consequenziale, grazie al quale il lettore sa che la strofa porta già in se gli ordini precedenti) . Le forme di componimento più note sono la canzone, la ballata, l’epigramma, la sestina, il madrigale, la quartina, la terzina o terza rima, il fascinoso sonetto, ed altre il cui uso è contemplato solo dai grandi poeti che possiedono in sommo grado la tecnica metrica e, per questo, poco usate e conosciute.

Lo scopo di questo articolo è presentare la poesia e chi scrive ha ritenuto giusto parlare anche della tecnica che serve a dare forma all’intuizione dell’artista, sono state tralasciate tante regole importantissime, chi ama la poesia dovrebbe conoscerle e basta laggere un ottimo manuale di metrica. Attenzione perché non è semplice, tanto che spesso si preferisce costringere il proprio componimento entro i limiti di rime forzate ed improbabili, oppure lasciare al verso la naturalezza dell’invenzione senza imbrigliarlo in alcuna struttura compositiva. Ancora attenzione, poiché siamo in presenza di una libertà che possiamo definire “naif”, non di un “verso libero”, o “sciolto”.  Quest’ultimo nasce da una sillabazione non rigida ma non può, tuttavia, escludere né il ritmo né la sillabazione stessa, pure se essa non rientra negli schemi metrici tradizionali. Si può credere, erroneamente, che per la mancanza di stretta osservanza di regole metriche il verso sciolto sia nato dall’esigenza di libertà stilistica dei movimenti artistici d’avanguardia a partire dagli ultimi decenni del secolo diciannovesimo. Invece era conosciuto già nell’epoca della poesia “volgare”, nel duecento.

Parlerei di poesia per ore, mi rendo conto che non è possibile e mi congedo dalla metrica con due esempi di componimento. Il primo in terza rima, o terzina incatenata, o “terzina dantesca”, da colui che ne ha reso immortale l’uso

 

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

che la diritta via era smarrita.

 

Ah quanto a dir qual era è cosa dura  

esta selva selvaggia e apra e forte

che nel pensier rinnova la paura…”

               (D. Alighieri, La Divina Commedia, Inferno – canto I)

 

e che non richiede commenti, se non il rammarico di non poter pubblicare l’intera opera.

L’ultimo esempio lo riservo al più nobile dei componimenti poetici, quello che tutti i  più grandi autori, italiani e stranieri, hanno prediletto da Francesco Petrarca in poi. Anche stavolta mi inginocchio idealmente davanti allo scrigno che racchiude la produzione poetica mondiale, per chiedere scusa a tutti se posso sceglierne uno solo. Spero che il lettore chiuda gli occhi, per ascoltare la musica segreta ed ammaliante evocata da questo sonetto

 

“Forse perché della fatal quiete

tu sei l’imago, a me sì cara vieni,

o sera! E quando ti corteggian liete

le nubi estive e zefiri sereni,

 

e quando dal nevoso aere inquiete

tenebre e lunghe all’universo meni,

sempre scendi invocata, e le secrete

via del mio cuor soavemente tieni.

 

Vagar mi fai co’ miei pensieri sull’orme

che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

questo reo tempo, e van con lui le torme

 

delle cure, onde meco egli si strugge; 

e mentre io guardo la tua pace, dorme

quello spirto guerrier ch’entro mi rugge. 

                       ( Ugo Foscolo “Alla sera”)

   

Quante definizioni, regole, quanti aspetti tralasciati in queste pagine per ragioni di spazio. Quanto si potrebbe dire, e si dirà ancora sulla poesia. Oltre ogni parola ed ogni possibile barriera voglio descrivere, molto semplicemente, cos’è per me il momento dell’esperienza  poetica: è l’emozione di sentire arrivare le parole una in fila all’altra, come perle, annunciate dalla loro musica  arcana ed inconfondibile. E’ la danza delle parole con un ritmo che cancella ogni altro pensiero e poi…la spossatezza. Il riposo di chi ha fatto un lungo viaggio senza muoversi dalla propria stanza. 

Non basta scrivere in rima per essere poeti, come non lo sono tutti coloro che scrivono poesie.

Un vero Poeta è come un cavaliere indomito, che usa la penna come l’altro userebbe la spada. Il Poeta è un mistico ragionatore che rifugge da ogni lezioso vagheggiare, è un colto “homo sanza lettere”**  umilmente chinato ad ascoltare il fiume d’infinito che sente scorrere dentro di sé.

 

** riprendendo alla lettera le parole di Cicerone (homo sine ingeniis et sine letteris), Leonardo da Vinci si definiva tale.

 

Marilla Favale

 

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 20 gennaio 2010 )